Per oltre vent’anni, Hakim Bey ha vagabondato curioso e famelico per le città e le campagne dell’Asia centrale e meridionale, alla ricerca di guru e illuminazioni spirituali, per lo più esoteriche, fuori dai “consueti” percorsi battuti anche dagli altri esponenti della controcultura quali Ginsberg o Kerouac. È nel corso di questi viaggi radicali tra India, Afghanistan e Iran, tra fame e povertà estreme, che Hakim Bey incontra la filosofia sufi e l’eredità spirituale del grande filosofo arabo Ibn Arabi. Era il tempo in cui il sufismo giocava ancora un ruolo importante nella cultura e nei costumi dell’Asia centrale, dove rivestiva un’importante funzione di tolleranza, prima dell’esplosione dell’uragano jihadista.
Per oltre vent’anni, Hakim Bey ha vagabondato curioso e famelico per le città e le campagne dell’Asia centrale e meridionale, alla ricerca di guru e illuminazioni spirituali, per lo più esoteriche, fuori dai “consueti” percorsi battuti anche dagli altri esponenti della controcultura quali Ginsberg o Kerouac. È nel corso di questi viaggi radicali tra India, Afghanistan e Iran, tra fame e povertà estreme, che Hakim Bey incontra la filosofia sufi e l’eredità spirituale del grande filosofo arabo Ibn Arabi. Era il tempo in cui il sufismo giocava ancora un ruolo importante nella cultura e nei costumi dell’Asia centrale, dove rivestiva un’importante funzione di tolleranza, prima dell’esplosione dell’uragano jihadista.
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