Con l’aggettivo sanscrito avadhūta si indica chi ha scosso via da sé l’ignoranza come la polvere dai vestiti; oppure chi ha “cacciato”, “espulso”, “allontanato” ogni impurità, come si fa con gli spiriti maligni; o ancora, chi ha rimosso l’“impuro”, lo “spregevole” e il “futile”: è, dunque, colui che si è allontanato dagli “attaccamenti terreni” e da quelle convenzioni sociali in base a cui si esprimono i giudizi. Come sostantivo indica chi si è liberato dall’ignoranza innata che determina l’illusione delle continue rinascite e ri-morti (saṃsāra) ed è sinonimo di mukta. L’Avadhūta Gīta, attribuita direttamente a Dattātrēya è dunque il canto di colui che è definito un bandhamukta, un essere completamente libero.
La datazione di quest’opera è ancora oggi dibattuta; alcuni studiosi, sulla scort...
Con l’aggettivo sanscrito avadhūta si indica chi ha scosso via da sé l’ignoranza come la polvere dai vestiti; oppure chi ha “cacciato”, “espulso”, “allontanato” ogni impurità, come si fa con gli spiriti maligni; o ancora, chi ha rimosso l’“impuro”, lo “spregevole” e il “futile”: è, dunque, colui che si è allontanato dagli “attaccamenti terreni” e da quelle convenzioni sociali in base a cui si esprimono i giudizi. Come sostantivo indica chi si è liberato dall’ignoranza innata che determina l’illusione delle continue rinascite e ri-morti (saṃsāra) ed è sinonimo di mukta. L’Avadhūta Gīta, attribuita direttamente a Dattātrēya è dunque il canto di colui che è definito un bandhamukta, un essere completamente libero.
La datazione di quest’opera è ancora oggi dibattuta; alcuni studiosi, sulla scorta dello stile letterario narrativo della lingua samskṛta, lo datano intorno al IX o X secolo d. C. Tuttavia, stili simili di testi samskṛta abbondano anche in epoche precedenti, specialmente per quanto concerne trattati di musicologia, di advaita, di filosofia o di cultura generale. La Taittirīya afferma che tutte le creature nascono, sono protette e trovano il loro compimento in ‘Brahma’. Questo è pienamente in sintonia con il concetto del Dattātrēya definito come l’Avadhūta Brahma. Anche il tipo di simbologia con cui viene raffigurato Dattātrēya è una rappresentazione di natura agamica scultorea che risale a molto prima del IX o X secolo (ad eccezione dei quattro cani).
La versione di questa gīta è stata effettuata sulla traduzione dal sanscrito all’inglese di Svāmī Chetanananda, dopodiché è stata comparata con il testo originale sanscrito e si è proposta di evidenziare come il terzo livello di Śrī Vidyā, corrispondendo alla Brahman Vidyā, non è altro che l’Advaita Vedānta che conduce i sādhaka alla Liberazione. Al fine di comprendere meglio quanto sino a qui asserito, ringraziamo di cuore Guru Śrī Nandānanda Nātha che ha voluto vergare la ‘Presentazione’ impreziosendo così quest’Opera e attestando l’importanza di questo lavoro.
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